Giugno 4

Impedimento del controllo. Art. 452 septies c.p.. Applicabile ai controlli ambientali e in materia di sicurezza ed igiene del lavoro. In vigore dal 29 maggio 2015.

Il 29 maggio 2015 è entrata in vigore la l.n.68/2015 “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”.
La nuova legge, pur essendo molto breve, è composta da tre parti tra di loro eterogenee: l’introduzione nel codice penale del nuovo titolo VI bis rubricato “Dei delitti contro l’ambiente”; l’introduzione nel d.lgs.n.152/2006 della nuova Parte VI bis; l’introduzione di alcune modificazioni alla l.n.150/1992 recante la disciplina di applicazione in Italia della convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via d’estinzione.

Con la presente brevissima nota vi segnaliamo l’introduzione della nuova fattispecie di reato “impedimento del controllo”, che prevede la pena della reclusione da sei mesi a tre anni per chiunque (dunque anche il dipendente dell’impresa o l’estraneo alla stessa), negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l’attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti.

Giugno 4

Delitti ambientali, la nuova legge n.68/2015 in vigore dal 29 maggio 2015. Paradossi e contraddizioni.

Il 29 maggio 2015 è entrata in vigore la l.n.68/2015 “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”.
La nuova legge, pur essendo molto breve, è composta da tre parti tra di loro eterogenee: l’introduzione nel codice penale del nuovo titolo VI bis rubricato “Dei delitti contro l’ambiente”; l’introduzione nel d.lgs.n.152/2006 della nuova Parte VI bis; l’introduzione di alcune modificazioni alla l.n.150/1992 recante la disciplina di applicazione in Italia della convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via d’estinzione.
Con la presente brevissima nota destinata agli addetti ai lavori, non si intende analizzare tutta la disciplina (che diamo per nota), ma segnalare esclusivamente alcuni paradossi e contraddizioni, limitandosi a quelli di portata più generale.

1. Sulla parte VI bis aggiunta al d.lgs.n.152/2006 “Disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale” (artt. 318 bis e ss della l.n.68/2015).

Non è chiaro come possano coordinarsi le nuove disposizioni con la normativa ambientale di settore che già prevedeva un autonomo procedimento di diffida, sospensione, revoca dell’autorizzazione in essere in caso di mancato rispetto delle prescrizioni della stessa e/o di diffida all’esercizio dell’attività e chiusura in caso di esercizio in assenza di autorizzazione.

Come noto, il procedimento di diffida, sospensione, revoca o chiusura è condotto (secondo le norme del d.lgs.n.152/2006 come gli articoli 29 decies comma 9, 130 e 278 ) dall’autorità competente al rilascio delle autorizzazioni ambientali violate o assenti.
Il “nuovo” procedimento di imposizione di prescrizioni (in realtà mutuato dalla normativa in materia di sicurezza sul lavoro: vedi d.lgs.n.758/1994) è invece appannaggio (dispone la novella in commento all’art.318 ter ) “dell’organo di vigilanza” o “dell’organo accertatore”, moltiplicando in concreto (con riferimento agli illeciti ambientali) i soggetti potenzialmente legittimati ad impartire le prescrizioni di cui all’art. 318 ter.

Oltre al fatto che un procedimento efficace di diffida ad adempiere esiste già da tempo, risulta paradossale che il nuovo procedimento preveda che siano impartite delle prescrizioni.
In caso di autorizzazione esistente, infatti, le prescrizioni sono impartite nell’autorizzazione stessa e soltanto quelle sono cogenti per il gestore.
Qualora l’autorità di controllo ritenesse dunque di impartire ulteriori prescrizioni rispetto a quelle previste in autorizzazione, implicitamente riconoscerebbe che il gestore ha correttamente adempiuto a quanto prescritto in autorizzazione e lo scagionerebbe.

2.Come si coordina l’art. 318 bis del d.lgs.n.152/2006 con l’art. 131 bis c.p..

Come noto, lo scorso 2 aprile è entrato in vigore l’art. 131 bis del c.p. “esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto”. Norma di portata generale, applicabile a tutti i reati (dunque anche a quelli ambientali) per i

quali è prevista una pena detentiva non superiore nel massimo a 5 anni, ovvero alla pena pecuniaria, sola o congiunta con la detentiva.

Ulteriore presupposto per l’applicazione è che, “per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo (…) l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.
Non si applica qualora l’autore abbia commesso più reati della stessa indole, oppure i reati abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate. Non si applica nemmeno nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.
La sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto è una sentenza che accerta che il fatto sussiste, costituisce reato e che l’imputato lo ha commesso e farà da precedente per eventuali successive imputazioni penali dello stesso genere, impedendo il proscioglimento reiterato per le stesse ragioni.

L’art. 318 bis del d.lgs.n.152/2006 in vigore dal 29 maggio u.s. stabilisce che la nuova parte VI bis del TUA si applica “alle ipotesi contravvenzionali in materia ambientale previste dal presente decreto (n.d.a. d.lgs.n.152/2006) che non hanno cagionato danno o pericolo concreto e attuale di danno alle risorse ambientali, umanistiche o paesaggistiche protette” ,ovvero alle contravvenzioni che potremmo definire meramente formali.
In ogni caso c’è un sovrapposizione tra l’ambito di applicazione dell’art. 131 bis c.p., più ampio e dunque idoneo a ricomprendere anche e fattispecie coperte dall’art. 318 bis d.lgs.n.152/2006. E di tale sovrapposizione si dovrà tenere conto, per valutare la reale convenienza del pagamento del quarto del massimo dell’ammenda ai fini dell’estinzione del reato prevista dal nuovo titolo VI bis del TUA in rapporto all’eventuale assoluzione per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p..